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Decreto semplificazioni bis. nuove regole per gli appalti pubblici e per l’affidamento dei contratti pubblici PNRR

È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 26 del 30 luglio 2021, il testo del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77 o decreto semplificazioni con il quale sono state introdotte disposizioni in materia di Governance per il Piano nazionale di ripresa e resilienza e alcune misure in tema di rafforzamento delle strutture amministrative e di accelerazione e snellimento delle procedure.

Nella prima parte del decreto viene stabilita l’articolazione della Governance incentrata sull’istituzione di una Cabina di regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri, alla quale partecipano volta per volta i Ministri e i Sottosegretari competenti, in ragione delle materie affrontate in ogni seduta.

La seconda parte del decreto, sempre in relazione ai settori oggetto del PNRR, prevede delle misure volte dare un impulso agli investimenti accelerando l’iter di realizzazione delle opere, snellendo le procedure di affidamento e rafforzando la capacità amministrativa della P.A.

Le novità in tema di appalti

– Appalti sotto soglia

Il nuovo decreto ha apportato delle modifiche al D.L 76/2020 che prevede una disciplina derogatoria temporanea dovuta all’emergenza epidemiologica per accelerare le procedure di affidamento degli appalti sotto soglia valida fino al 31 dicembre 2021.

L’intervento prevede solamente due tipologie di affidamento di appalti sotto soglia a fronte delle cinque introdotte dal decreto c.d. sblocca cantieri ( D.L. 32 del 18 aprile 2019).

Su queste due categorie si inserisce l’articolo 51 del D.L. 77/2021 che ha modificato i presupposti per l’accesso alle diverse procedure di affidamento andando a modificare le lettere a) e b) dell’articolo 1, comma 2 del d.l n. 76/2020, prorogando inoltre sino al 30 giugno 2023 i termini della disciplina transitoria che prevedeva:

 • lett. a) l’affidamento diretto per servizi e forniture, ivi compresi i servizi di ingegneria e architettura e l’attività di progettazione, di importo inferiore a 75.000 euro;

lett. b) la procedura negoziata, senza bando, di cui all’articolo 63 del d.lgs. n. 50 del 2016, previa consultazione di almeno cinque operatori economici, ove esistenti, nel rispetto di un criterio di rotazione degli inviti, che tenga conto anche di una diversa dislocazione territoriale delle imprese invitate, individuati in base ad indagini di mercato o tramite elenchi di operatori economici, per l’affidamento di servizi e forniture di importo pari o superiore a 75.000 euro e fino alle soglie di cui all’articolo 35 del decreto legislativo n. 50 del 2016

Ad oggi invece è previsto l’affidamento diretto per servizi e forniture di importo inferiore a 139.000 euro, potendo quindi la stazione appaltante procedere anche senza consultazione di più operatori economici ma tenendo fermo i principi sanciti dall’articolo 30 del codice dei contratti pubblici (d.lgs 50/2016).

Mentre, in caso di affidamento di servizi e forniture di importo pari o superiore a 139.000 € e fino alle soglie di cui all’articolo 35 del decreto legislativo numero 50 del 2016, è prevista la procedura negoziata senza bando previa consultazione di almeno cinque operatori economici individuati in base ad indagini di mercato, o tramite elenchi di operatori economici, tenendo conto non solo del principio di rotazione degli inviti ma anche di una diversa dislocazione territoriale delle imprese.

Per quanto riguarda la disciplina degli appalti sopra soglia l’articolo 2 del D.L. 76/2020 ha introdotto alcune modifiche per le procedure di gara prevedendo la procedura aperta, ristretta o, previa motivazione sulla sussistenza dei presupposti previsti dalla legge della procedura competitiva con negoziazione di cui agli articoli 61 e 62 del decreto legislativo n. 50 del 2016, per i settori ordinari, e di cui agli articoli 123 e 124, per i settori speciali, prevedendo in tali casi l’applicazione di termini ridotti di cui all’articolo 8, comma 1, lettera c).

Questa disciplina, comprese le deroghe per gli appalti sopra soglia, si applica alle procedure di cui i bandi e avvisi di indizione della gara sono stati pubblicati dopo l’entrata in vigore del D.L 77/2021 (1° giugno 2021), mentre per le procedure avviate prima di tale data si continuerà ad applicare la disciplina prevista dal D.L. 76/2020.

– Subappalto

In tema di subappalto due sono le principali novità introdotte dall’art. 49 del D.L 77/2021:

• viene introdotto un regime temporaneo che abroga quanto previsto nel c.d decreto sblocca cantieri (convertito nella l. 55/2019) secondo cui fino al 31 ottobre 2021 il subappalto non può superare la quota del 50% dell’importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture.

• prevede, a partire dal 1° novembre 2021 la rimozione di ogni limite quantitativo generale e predeterminato al subappalto, con la modifica del comma 2 dell’art. 105 del D.lgs 50/2016.

Le stazioni appaltanti, previa motivazione nella determina a contrarre ed eventualmente dopo essersi avvalsi del parere delle Prefetture competenti, potranno indicare nei documenti di gara le prestazioni o le lavorazioni oggetto del contratto di appalto da eseguire a cura dell’aggiudicatario in ragione:

– delle specifiche caratteristiche dell’appalto, ivi comprese quelle delle categorie superspecialistiche di opere (di cui all’articolo 89, comma 11 del codice dei contratti pubblici);

– dell’esigenza, tenuto conto della natura o della complessità̀ delle prestazioni o delle lavorazioni da effettuare, di rafforzare il controllo delle attività di cantiere e più in generale dei luoghi di lavoro e di garantire una più intensa tutela delle condizioni di lavoro e della salute e sicurezza dei lavoratori;

– dell’esigenza di prevenire il rischio di infiltrazioni criminali, a meno che i subappaltatori siano iscritti nelle cosiddette white list (ex comma 52 dell’art. 1 della legge 6 novembre 2012, n. 190), ovvero nell’anagrafe antimafia (ex art. 30 del decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, convertito in legge 15 dicembre 2016, n. 229).

È stata inserita l’espressa previsione secondo cui, il subappaltatore, per le prestazioni affidate in subappalto, deve garantire gli stessi standard qualitativi e prestazionali previsti nel contratto di appalto e riconoscere ai lavoratori un trattamento economico e normativo non inferiore a quello che avrebbe garantito il contraente principale, inclusa l’applicazione dei medesimi contratti collettivi nazionali di lavoro, qualora le attività oggetto di subappalto coincidano con quelle caratterizzanti l’oggetto dell’appalto ovvero riguardino le lavorazioni relative alle categorie prevalenti e siano incluse nell’oggetto sociale del contraente principale.

Inoltre, sempre ai sensi dell’art. 49 del decreto legge in esame, le amministrazioni competenti assicurano la piena operatività della Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici di cui all’articolo 81 del d.lgs. n. 50 del 2016, adottano il documento relativo alla congruità dell’incidenza della manodopera, di cui all’articolo 105, comma 16, del codice dei contratti pubblici e dell’art. 8, comma 10- bis, del d.l. 16 luglio 2020, n. 76 e adottano entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del D.L in commento il regolamento di cui all’art. 91, comma 7, del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (che individua le diverse tipologie di attività suscettibili di infiltrazione mafiosa nell’attività di impresa).

È stato inoltre emendato il comma 7 dell’art. 105 del codice dei contratti pubblici, che disciplina in modo più puntuale la presentazione della dichiarazione del subappaltatore dell’assenza dei motivi di esclusione e quella relativa al possesso dei requisiti richiesti per l’esecuzione del subappalto e la loro verifica da parte della stazione appaltante. 

In particolare, la legge di conversione ha previsto che, al momento del deposito del contratto di subappalto presso la stazione appaltante, l’affidatario trasmette la dichiarazione del subappaltatore attestante l’assenza dei motivi di esclusione di cui all’articolo 80 del codice degli appalti e il possesso dei requisiti speciali di cui agli articoli 83 (Criteri di selezione e soccorso istruttorio) e 84 (Sistema unico di qualificazione degli esecutori di lavori pubblici) del medesimo codice degli appalti.

La stazione appaltante verifica le dichiarazioni tramite la Banca dati nazionale dei contratti pubblici prevista dall’art. 81 dello stesso codice degli appalti.

Suddette modifiche assumono particolare rilevanza alla luce dei recenti interventi della CGUE (decisioni 26 settembre 2019 – C63/18; 27 novembre 2019 – C402/18; 30 gennaio 2020, C395/18) che hanno sancito l’incompatibilità della previsione di limiti massimi per il subappalto con il dirittoeurounitario, palesando quindi l’esigenza di un intervento normativo nazionale. Le pronunce della CGUE hanno riguardato anche il divieto, anch’esso previsto nell’art. 105 del codice, di affidare le prestazioni in subappalto con un ribasso non superiore al venti per cento rispetto ai prezzi unitari risultanti dall’aggiudicazione.

Semplificazione degli acquisti di beni e servizi informatici strumentali alla realizzazione del PNRR e in materia di procedure di e-procurement e acquisto di beni e servizi informatici.

L’articolo 53 del D.L. 77/2021 prevede alcune semplificazioni con riguardo agli acquisiti di beni e servizi informatici strumentali alla realizzazione del PNRR al fine di assicurare che gli acquisti di tali beni e servizi possa avvenire in maniera rapida ed efficace.

È previsto il ricorso al solo affidamento diretto per tutti gli appalti volti all’approvvigionamento di tali beni e servizi fino al raggiungimento della soglia comunitaria confermando quanto disposto dal D.L 76/2020 e modificato dal D.L in esame.

Mentre, in caso di superamento della soglia comunitaria, è prevista la possibilità di ricorrere alla procedura negoziata senza pubblicazione di bando ex art. 63 del D.L 50/2016 per i settori ordinari in relazione agli affidamenti aventi ad oggetto l’acquisto di beni e servizi informatici, in particolare basati sulla tecnologia cloud, nonché servizi di connettività, finanziati in tutto o in parte con le risorse previste per la realizzazione dei progetti del PNRR, la cui determina a contrarre o altro atto di avvio del procedimento equivalente sia adottato entro il 31 dicembre 2026, anche ove ricorra la rapida obsolescenza tecnologica delle soluzioni disponibili tale da non consentire il ricorso ad altra procedura di affidamento.

Il ricorso a tale procedura, in considerazione proprio della rapida obsolescenza tecnologica delle soluzioni disponibili consente alle amministrazioni di stipulare immediatamente il relativo contratto previa acquisizione di un’autocertificazione dell’operatore economico aggiudicatario attestante il possesso dei requisiti.

Al fine di consentire al Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri di coordinare gli acquisti ICT strettamente finalizzati alla realizzazione del PNRR, viene attribuito al Dipartimento stesso la possibilità di rendere pareri obbligatori e vincolanti sugli elementi essenziali delle procedure di affidamento, potendo indirizzare le amministrazioni aggiudicatrici con prescrizioni riguardanti l’oggetto, le clausole principali, i tempi e le modalità̀ di acquisto.

Tutte le informazioni che costituiscono gli atti delle amministrazioni aggiudicatrici e degli enti aggiudicatori relativi alla completa e corretta all’esecuzione di lavori, opere, servizi e forniture di appalti pubblici, di concorsi pubblici di progettazione, di concorsi di idee e di concessioni, compresi quelli tra enti nell’ambito del settore pubblico sono gestite e trasmesse tempestivamente alla Banca Dati Nazionale dei Contratti pubblici dell’ANAC attraverso le piattaforme telematiche ad essa interconnesse.

Nel fascicolo virtuale dovranno quindi essere presenti i dati necessari alla verifica dell’assenza di motivi di esclusione, l’attestazione SOA per i soggetti esecutori di lavori pubblici, nonché i dati e i documenti relativi ai criteri di selezione che l’operatore economico è tenuto a caricare per la partecipazione alle singole gare.

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Brevi riflessioni a margine del Decreto Legge n.18 del 17 Marzo 2020

Sospendere l’ordinarietà della vita processuale era davvero la soluzione obbligata? Brevi riflessioni a margine del Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020
Sospendere tutto non “cura” niente: una premessa

Con l’ultimo decreto legge pubblicato lo scorso 17 marzo il governo italiano ha prescritto, tra le oltre cento disposizioni protese a “curare” l’Italia dagli effetti più disparati della dilagante epidemia da Covid-19, all’art. 83 la sospensione pressoché “totalizzante” dei procedimenti già pendenti e “potenziali” in ambito di giustizia civile, penale, tributaria e militare.

La mia attenzione si concentrerà su alcune ripercussioni della misura dei procedimenti civili non ritenendo, meno che mai in questo già periglioso frangente, di avventurarmi in ambiti procedurali da me poco o per nulla esplorati con passo sicuro e prudente.

Volutamente adotterò un lessico il più possibile poco tecnico e piano – chiedo ammenda a giuristi e giurisperiti – affinché le mie riflessioni possano raggiungere chi cultore e/o operatore del diritto civile non è ma parte di un procedimento pendente o “che verrebbe” sì.

Ebbene, secondo l’art. 83 dell’ultimo decreto-legge, dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020 le udienze dei procedimenti civili pendenti presso tutti gli uffici giudiziari sono rinviate d’ufficio (per ora) a data successiva al 15 aprile 2020 così come è da ritenersi sospeso il decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili.

Al comma 3 il legislatore d’urgenza ha previsto l’esenzione di alcuni procedimenti da tale draconiana sospensione.

Sennonché, in questa mia breve riflessione il focus si concentra, in un frangente emergenziale e di adozione di misure cautelative, sull’ordinarietà che finisce per decreto-legge inappellabilmente sospesa.

E non soltanto, come già previsto nel decreto-legge n.11/2020 si impone la sospensione all’ordinarietà pendente – mi si passi l’espressione irrituale anche per un ordinario operatore del diritto quale ritengo di essere – ma anche all’ordinarietà incipiente o che verrebbe (perché per decreto legge tale ordinarietà non verrà almeno fino al 15 aprile prossimo).

Già perché oltre che ai procedimenti civili pendenti alla data di efficacia del decreto-legge “Cura Italia” la disposizione di cui all’art. 83 trova applicazione anche “per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e dei procedimenti esecutivi, per le impugnazioni” (così il comma 2).

Il contesto processuale civile italiano pertanto vede a far data dal 18 marzo 2020, fatto salvo quanto previsto dal comma 3:

a) un rinvio di ufficio di larghissima parte delle udienze che trattino le materie e che seguano riti altri rispetto a quelli esentati di cui al comma 3 dell’art.83;

b) una sospensione generale e indiscriminata di tutti i termini procedurali pendenti;

c) una inibizione all’introduzione di nuovi giudizi ordinari fino al 15 aprile 2020.

 
Dal legiferare al non depositare c’è di mezzo l’arenare i processi

Al fine di soppesare l’effetto che tali draconiane prescrizioni hanno sull’incedere della gestione degli affari civili italiani si sottopongono due casi per chi scrive tanto emblematici proprio perché di comune ricorrenza.

In un procedimento civile di cui è parte una mia assistita avente ad oggetto la cessazione di un rapporto contrattuale di distribuzione è decorrente dal 2 marzo scorso il termine ex art. 183, comma 6, n.3 del codice di procedura civile di 20 giorni: si tratta dell’ultimo passaggio della istruttoria di una causa civile che precede la celebrazione dell’udienza dinanzi al Giudice che disporrà se e che in termini ammettere le istanze di prova avanzate dalle parti in causa.

Ebbene: in forza dell’art. 83 del Cura Italia tale termine in scadenza al 23 marzo prossimo deve ritenersi sospeso a far data dal 9 marzo scorso e potrà riprendere la sua “corsa” dal 16 aprile prossimo.

Anche l’udienza di ammissione dei mezzi istruttori è da ritenersi soggetta a rinvio d’ufficio a dopo il 16 aprile prossimo.

A tal punto ci si interroga perché mai si assoggetti alla misura sospensiva anche termini per il deposito di atti difensivi “tecnici” il cui adempimento è interamente rimesso all’attività del professionista, non richiede spostamenti né li avrebbe richiesti fuori dall’attuale contesto sanitario.

Quale precauzione, quale tutela curativa è sottesa a beneficio delle parti in causa e dei loro avvocati difensori nella “sterilizzazione” di tale termine?

Come noto ai miei colleghi, così come a chi è parte attenta di un procedimento civile ordinario, la redazione di una memoria istruttoria (ed in generale di un atto difensivo) richiede, oltre che la perizia e la buona volontà di chi la redige, attitudini che, salvo comprovate ragioni di salute dell’avvocato, non saranno menomate in tutto o in parte nemmeno in tempo di epidemia,

(i) un personal computer,

(ii) i codici civile e di procedura civile

(iii) una connessione internet

(iv) un accesso ad una banca dati, qualora possa necessitare al difensore la consultazione della dottrina o della giurisprudenza per avversare le allegazioni e le istanze avversarie,

(v) il fascicolo della causa,

(vi) un accesso riservato al sistema di accesso al processo telematico del Ministero della Giustizia.

Bene, un avvocato che avesse voluto cautelativamente astenersi dal recarsi presso il proprio studio professionale in tempo di epidemia per svolgere la sua attività disporrebbe ragionevolmente di tutto quanto elencato ai §§ (i)-(v) nel proprio domicilio e, quanto al § (vi), qualora non avesse provveduto opportunamente ad installare il software per l’accesso al sistema di gestione del processo telematico, potrebbe, a legislazione emergenziale vigente, in forza di comprovate esigenze lavorative, recarsi in studio con ogni precauzione per eseguire il deposito telematico e acquisire la memoria istruttoria di parte avversaria.

Quanto appena rappresentato vale per la predisposizione ed il deposito di qualsivoglia atto difensivo e relativa documentazione.

Né, per altro verso, in vista della predisposizione di un atto difensivo endoprocedimentale, è necessario incontrarsi personalmente con la parte assistita per consultarla in merito alla condivisione della strategia difensiva o per l’acquisizione di documentazione da depositare unitamente all’atto difensivo.

E così come un avvocato è, nell’anno del Signore 2020, perfettamente in grado di svolgere la sua attività di redazione di un atto giudiziario persino nel suo tinello, un magistrato “destinatario” dell’atto potrà analogamente prenderne visione così come redigere ed emanare provvedimenti.

Si potrebbe obiettare che, stante il rinvio d’ufficio dell’udienza di ammissione dei mezzi di prova a data successiva al 15 aprile 2020 (nel caso di specie l’udienza era fissata al 6 aprile prossimo), sarebbe irrilevante lasciare la decorrenza del termine al suo corso naturale dal momento che comunque il giudice non potrà assumere alcun provvedimento sulle istanze probatorie avanzate nelle memorie istruttorie prima di una certa data successiva al 15 aprile prossimo.

Obiezione accoglibile in base all’art. 83 comma 1, ma potenzialmente respingibile laddove potesse trovare applicazione la disposizione di cui al comma 7, lett. f) dell’art. 83 senza il richiamo al perseguimento delle finalità di cui al comma 6 (vale a dire il contenimento degli “effetti negativi sullo svolgimento dell’attività giudiziaria, per il periodo compreso tra il 16 aprile e il 30 giugno 2020”).

Già, perché per le udienze fissate entro la data del 15 aprile 2020 – salvo quelle inerenti le materie e le questioni procedurali “protette” – la cesoia della sospensione è irremovibile.

Non è peregrino constatare che l’udienza di discussione sull’ammissione dei mezzi di prova avanzati dalle parti – che non richiede affatto la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti – potrebbe, infatti, aver luogo mediante collegamenti da remoto senza pregiudizio alcuno del contraddittorio.

Insomma, con un po’ di buona volontà e con il ricorso a mezzi telematici alla portata di tutti e già previsti in uso dal Ministero della Giustizia il procedimento potrebbe andare avanti con lo svolgimento dell’udienza del 6 aprile 2020 senza ledere né la salute degli attori qualificati del processo né i principi cardine del processo civile.

 
Il rinvio alle calende curative: verso l’ingorgo dell’anno giudiziario che verrà

Un altro effetto distorsivo del corso già accidentato della giustizia civile è ravvisabile nella limitazione del tutto discrezionale alle sole udienze programmate dal 16 aprile al 30 giugno 2020 della facoltà di “svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti mediante lo scambio e il deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni, e la successiva adozione fuori udienza del provvedimento del giudice” (così l’art. 83, comma 7, lett. h).

Tra le udienze che possono essere “trattate” ai sensi della previsione appena riportata rientra senza dubbio l’udienza di precisazione delle conclusioni, udienza già di per sé di sempre più evanescente pregnanza processuale per la quale i difensori delle parti depositano anticipatamente in modalità telematica un “foglio” “contenente le sole istanze e conclusioni”.

Ed è proprio sulla scorta delle suddette istanze e conclusioni che il Giudice, dispensando i difensori delle parti dalla discussione orale – salvo rarissime eccezioni – trattiene la causa in decisione assegnando alle parti i termini per il deposito degli scritti conclusionali a seguito del quale il Giudice emetterà la sentenza a definizione del procedimento.

È successo allo scrivente che un’udienza di precisazione delle conclusioni di un procedimento – istruito esclusivamente su base documentale – prevista per il 24 marzo prossimo sia stata rinviata d’ufficio in data 18 marzo scorso al 15 settembre 2020 in osservanza del “Cura Italia”.

Qualora il Giudice fosse stato nelle condizioni di poter applicare la previsione di cui al comma 7 dell’art. 83, lett. h) senza dover perseguire esclusivamente le finalità di cui all’art. 83, comma 6, avrebbe disposto con ordinanza fuori udienza di trattenere in decisione la causa riconoscendo alle parti la facoltà di depositare entro il prossimo 23 maggio e 12 giugno 2020 gli scritti difensivi conclusionali, sì da poter il Giudice al più tardi nel corso del mese di settembre 2020 depositare la sentenza.

Il rinvio d’ufficio del “Cura Italia” comporta concretamente nel caso di specie:

a) lo svolgimento dell’udienza al 15 settembre 2020 senza che sussista una comprovata ragione che non possa ricorrersi a quanto previsto dall’art. 83, comma 7, lett. h) del decreto legge se non per il vincolo di cui al comma 6 del medesimo articolo;

b) uno slittamento dei termini per il deposito degli scritti difensivi conclusivi al 14 novembre ed al 3 dicembre 2020;

c) un possibile deposito della sentenza non prima del mese di marzo 2021.

L’effetto “Cura Italia” già solo per questo paradigmatico procedimento è la definizione del giudizio con circa 6 mesi di differimento senza che lo stesso trovi giustificazione nella tutela della salute degli operatori del diritto coinvolti né delle parti.

E sia che le parti siano persone fisiche ovvero una o entrambe società l’effetto certo è l’incomprensibile incertezza per l’anno 2020 delle sorti delle proprie pretese creditorie o delle proprie posizioni debitorie sulle quali pende l’alea del giudizio sospeso e rinviato, incertezza che comporterà per il creditore di non poter avere nei tempi previsti un provvedimento giudiziario che riconosca o meno la sua pretesa e per il debitore di dover -laddove diligente – accantonare nel fondo rischi personale o della propria azienda la potenziale passività.

 

Conclusioni provocatorie (e malgrado tutto ce la faremo)

Tre ultime provocazioni per completare il quadro dipinto con malposta urgenza dal legislatore in stato di emergenza epidemica che assume tutto l’aspetto di un penoso bollettino medico di un paziente – quale è cronicamente la giustizia civile italiana – che avrebbe bisogno di ben altre cure programmatiche e non avventate.

Che dire della sospensione della decorrenza dei termini per il deposito degli scritti difensivi conclusivi (il cui termine iniziale di decorrenza ad esempio è il 12 febbraio scorso) in un procedimento che vede convenuti da una società fallita tutti i componenti del consiglio di amministrazione per un’azione di responsabilità?

La sospensione del “Cura Italia” comporterà il protrarsi dell’alea del giudizio di circa poco più di un mese – tenuto conto del periodo di sospensione della decorrenza del termine dal 9 marzo al 15 aprile 2020 – senza che alcuna esigenza di salute sia da perseguirsi a tutela delle parti tutte coinvolte nel procedimento.

Ed infine che dire della sospensione del diritto ad agire – sia esso per impugnare una sentenza ritenuta meritevole di riforma o per l’introduzione di un giudizio – a far data dal 9 marzo e fino al 15 aprile 2020?

E della sospensione del diritto a promuovere un’azione esecutiva – una su tutte un pignoramento – per lo stesso periodo con un protrarsi dei tempi di soddisfacimento delle pretese riconosciute come fondate dall’Autorità giudiziaria?

Gli effetti – distorsivi per chi scrive – di questa “cura da cavallo”, imposta dal legislatore d’urgenza – senza alcuna tangibile esigenza superiore di messa in sicurezza della salute – all’incedere della giustizia civile producono nell’immediato una ulteriore quarantena (in questo caso giudiziale) a cittadini, imprese e operatori del diritto, già gravati ed avviliti dalla quarantena (o dalla “libertà contingentata”) disposta per finalità di sanità pubblica preventive, cautelative o curative, accentuando le disfunzioni e i ritardi del sistema giustizia civile.

Non solo, ma si aggraverà – quando i tempi saranno migliori – la gestione della mole di contenziosi pendenti e insorgendi, perché tenuti in incubazione, in questa disgraziata primavera, nonché di quelli futuri, con pesanti ed al momento imprevedibili ripercussioni sia sulla tenuta dell’amministrazione della giustizia civile che sulla “vita” di cittadini ed imprese quali parti del processo, di avvocati e magistrati come attori dello stesso.

Né si confida in una sostanziale modifica delle misure in sede di conversione in quanto le stesse avranno già esplicato i loro più irreversibili effetti sui “pazienti” quando il decreto diverrà legge dello Stato.

E non resterà ad avvocati e magistrati che abbozzare raccogliendo le frustrazioni delle parti del processo, contenere le proprie e rientrare gradualmente dalle corsie emergenziali di isolamento dei tempi epidemici.

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